White Edition 1
Flower Design

Christian Tortu interview

È considerato il più grande fiorista del mondo, colui che ha rivoluzionato il concetto stesso di questa arte e le ha dato nuovo spessore e nuove direzioni. Christian Tortu ha vissuto con i fiori durante tutta la sua vita, da quando da bambino ammirava le rose, i tulipani e i garofani nel giardino dei suoi genitori, nell’Anjou.

Quali sono stati i primi fiori con cui ha iniziato a giocare?
Soprattutto i fiori di campo e quelli del bosco: le ginestre, le violette e le erbe selvatiche.
Quando ha aperto il suo primo atelier in Place de L’Odéon, a Parigi, cosa ha provato a sentirsi lontano da quell’immenso giardino che è l’Anjou? La metropoli, la vita urbana, hanno influenzato il suo immaginario?
Arrivare a Parigi mi ha fatto capire quanto qui mancasse la vera natura. I parchi sono molto organizzati, progettati. Mi è venuta voglia di offrire uno sguardo nuovo sull’uso delle piante, più libero, quasi selvaggio.
C’è un limite a quello che può essere utilizzato in una composizione, oppure tutte le piante sono adatte a formare un bouquet?
Considero tutti i vegetali, fiori, foglie, frutti, della stessa importanza e credo debbano essere messi sulla stessa scala di valori. E rispettarli, perché esseri viventi.
Esistono fiori brutti?
Solo a priori. Conoscendola, si impara ad amare la vita delle piante.
Le sue composizioni, fotografate, hanno l’aspetto di veri e propri quadri. Quanto, dell’arte pittorica, è presente nei suoi lavori?
Le basi di un bouquet sono la forma e il colore. E soprattutto le diverse texture dei fiori e delle foglie – opaco, lucido, satinato. Catturano la luce come in un quadro, in effetti. I contrasti sono importanti se si vuole dare forza e dinamismo alla composizione.
Ci sono pittori che ispirano il suo lavoro?
Sicuramente i maestri fiamminghi per il gioco della composizione, anche se è solo un gioco perché non è realismo, spesso mettono insieme fiori di stagioni differenti. E poi Botticelli per la finezza della pittura. Ma soprattutto i pittori del Sud: Matisse, Cézanne, Derain, Picasso il visionario e Chagall per l’immaginario.
I fiori, oggi, hanno ancora significati ben precisi o l’aspetto estetico ha finito per prevalere?
Alcuni fiori, soprattutto a seconda del colore, hanno un significato, ma quello che più conta è l’estetica di un bouquet, di un giardino. È attraverso una combinazione di diversi elementi che si arriva a far passare un messaggio.
Ci parli dei suoi progetti futuri, in particolare di Rouge tout rouge.
Per me si tratta di un esercizio di stile, lavorare con un solo colore giocando con le forme e i materiali. Questo concept evolverà dolcemente verso altri colori, sfumature del rosso: il rosa, l’arancio, il bruno, a seconda della stagione.
Una composizione floreale è per forza di cose limitata nel tempo. In che modo lei si rapporta alla caducità delle sue creazioni?
L’effimero è legato all’emozione che si prova davanti a un fiore. Ascoltando una musica, ogni nota non sarà mai più suonata nello stesso modo. È da qui che nasce lo smarrimento, a volte la vertigine. E si dà così un senso a ciò che è fragile, fugace come la vita e quindi da proteggere a ogni costo.
Non è singolare il fatto che si utilizzino proprio i fiori, effimeri, per esprimere sentimenti duraturi come amore, rispetto o dolore?
Carpe diem.

Federico Flamminio
2/5/2016